Quanto ci costano

Ma quanto costa alla collettività la politica? Troppo, decisamente troppo. Nel 2006 in Italia il costo congiunto di Senato e Camera dei deputati ha sfiorato il miliardo e mezzo di euro. In Sardegna un consigliere regionale, sempre nel 2006, percepiva tra indennità e diaria oltre tredicimila euro mensili (9.947 di indennità più 3.302 di diaria). Il costo complessivo dell’intera giunta ammonta a oltre tredici milioni e mezzo di euro all’anno. Questo, secondo la valutazione del libro “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Secondo l’Unione Sarda infatti la diaria si aggirerebbe intorno ai settemila euro portando quindi l’introito medio mensile di ogni consigliere vicino ai diciassette mila euro (fonte: L’Unione Sarda. Consiglio, ecco i redditi degli onorevoli. 7/10/2008. Pagina 6).

Ma al di là dei costi diretti, questi super stipendi creano una serie di conseguenze negative sulla qualità e la serietà della nostra democrazia.

Politici strapagati non possono combattere l’evasione fiscale. L’evasione fiscale si sa è un grosso problema sia in Sardegna che in Italia. La nostra società è permeata da una sorta di giustificazione secondo la quale dal momento che lo stato spreca è lecito non pagare le tasse. Questo ragionamento fortemente dannoso per un qualsiasi territorio, ha come riferimento principale proprio gli stipendi della classe politica. Ci si chiede perché mai un lavoratore autonomo dovrebbe pagare oltre la metà di quello che incassa per ingrassare una classe politica in cui la gente nutre poca fiducia. E così si giustifica la propria e l’altrui evasione. Riducendo drasticamente gli stipendi dei politici si darà un duro colpo a questa mentalità che giustifica l’evasione e sarà molto più facile che i cittadini pretendano ricevute fiscali e scontrini.

Con le gocce (di spreco) si fanno gli oceani (di debiti). Il più grande alibi che la classe politica avanza quando gli viene contestato l’ammontare delle proprie retribuzioni è che, visto l’esiguo numero di parlamentari e consiglieri regionali, il monte stipendi incide in misura microscopica sulla spesa pubblica. Questa affermazione, di per se vera anche se non valida come alibi, è tipica di una certa mentalità molto diffusa tra chi gestisce il denaro pubblico in Italia e in Sardegna; ed è alla base dell’enorme debito pubblico che grava sulla nostra vita. Si è infatti consolidata l’idea che la riduzione del proprio spreco non abbia nessun effetto sul bilancio totale. E poi così fan tutti, quindi perché mai sacrificarsi per la collettività.
In questa sede vogliamo sottolineare che la poca attenzione dei vertici politici all’efficienza e al contenimento dei costi, si riflette a catena su tutti i livelli inferiori e periferici andando a gonfiare tutta la spesa pubblica.
Politici meno pagati godranno inoltre di un’ immagine più credibile nella riduzione della spesa pubblica.

I politici sono l’unica categoria con la facoltà di decidere sul proprio reddito. E’ il conflitto di interessi più grande che possa esservi. In tutte i settori la retribuzione è affidata o al mercato o alla contrattazione sindacale. In politica ciò non avviene e questo meccanismo distorto ha portato il costo della politica agli attuali inaccettabili livelli. Questo è anche il motivo per cui la classe politica non è mai chiamata a sacrifici, neanche in periodi come questi in cui tutta la collettività paga il prezzo della crisi internazionale. Tutti tranne loro. Inoltre, non c’è la possibilità di regolare la retribuzione in base ai risultati del loro lavoro. La classe politica ha deciso da sola di guadagnare tanto a prescindere dalla situazione economica, dallo stato delle finanze pubbliche e dalla produttività del proprio lavoro.

Uno stipendio troppo alto rende appetibile la carica anche a chi non ha nessun interesse. Un famoso film di qualche anno fa cercava di dimostrare che un uomo medio per un milione di dollari sarebbe stato disposto a vendere la moglie. Al di al dell’ironia è utile riflettere su quanto sia attraente una somma di questo tipo (in Sardegna una legislatura rende circa 800 mila euro quindi ben oltre un milione di dollari). Stiamo parlando di una somma che una persona normale non guadagna nell’arco di una vita di lavoro, una somma che ti permette di sistemarti per la vita. E’ chiaro che la prospettiva di un guadagno così allettante mette in secondo piano tutta una serie di cose indispensabili per l’attività politica, in primo luogo la coerenza ideologica, quella programmatica e l’onestà intellettuale. E per questo motivo che in prossimità delle elezioni si assiste puntualmente al solito balletto di inciuci, alleanze e trasformismi fantascientifici. Pur di guadagnare queste cifre esorbitanti un uomo è disposto a scendere a compromessi eccessivi pregiudicando la serietà necessaria al mandato. Allo stesso tempo sarà difficile che una carica venga abbandonata quando non ci dovessero essere più le condizioni. Tanti governi restano in piedi anche quando non ce ne sono le condizioni proprio a causa della notevole perdita di denaro che consegue le dimissioni.

Una prospettiva di guadagno molto elevata gonfia i costi delle campagne elettorali. Ovviamente gli investimenti del candidato in campagna elettorale aumentano all’aumentare della prospettiva di guadagno. Stipendi elevati spingono al rialzo i costi delle campagne elettorali; in questo modo solo i più abbienti possono fare politica. E dal momento che i consiglieri uscenti sono diventati ricchi durante la legislatura, diminuisce anche il riciclo delle classi dirigenti.

In sintesi: stipendi più bassi uguale meno costi, meno sprechi e meno evasione fiscale, ma anche meno soldi in giro e quindi politici più mossi da ideali e responsabilità e meno da prospettive di lucro. Abbassare gli stipendi dei politici vuol dire migliorare la qualità della nostra democrazia dando un duro colpo alle clientele e alla gestione personalistica del potere.